Ventinove anni fa, il 12 febbraio 1974, moriva in Montefalcone, tra il generale compianto del popolo e delle sue figlie spirituali, le Sorelle Francescane della Carità, don VITTORIO CORDISCO. Per quasi trent'anni era stato esemplare e zelante parroco del paese, promuovendovi varie iniziative (l'asilo infantile, la scuola media, il laboratorio per fanciulle, la casa assistenza per figli degli emigrati, la 'casa di carità' per le anziane), lo sviluppo socioculturale e religioso.
Montefalcone, il cui nome lo qualifica come 'nido di falchi', piuttosto che come dominio d'un non bene conosciuto signorotto, dal nome o soprannome Falcone, è un discreto borgo della Molise interna, arroccato in alto, donde si ammira il corso placido del 'portuosus Trinius' dei Romani, il fiume che favoriva approdi a piccole imbarcazioni, in attività di commerci con le Isole Tremiti e con la costa adriatica dell'una ed altra sponda. E' situato tra Vasto e Trivento. La strada sul dorsale appenninico lo mette in comunicazione col Mare Adriatico, fino a Termoli e la Statale Trignina lo congiunge ad Isernia e di là, grazie alle comunicazioni autostradali con Roma e con Napoli. Il luogo è stato ricollegato alla preromana Maronea. Nella circoscrizione episcopale, dipende dall'antichissima diocesi di Terventum, testimoniata già dal sec. V-VI. E nel suo ambito l'antico monastero benedettino di Santa Maria del Canneto, la cui chiesa romanica, ancor oggi, documenta la floridezza dell'insediamento monastico, lungo la sponda del Trigno. Il Santuario richiama fedeli e frequenti pellegrinaggi non soltanto dalla regione molisana, , per venerarvi la prodigiosa antichissima immagine della Madre di Dio, raffigurata in una scultura lignea del sec. XIII. Gente laboriosa e di sentimenti sinceramente cristiani, la popolazione di Montefalcone è ben conosciuta come dedita alla famiglia e alla coltura dei campi, che scendono, dolcemente a declivio sulla sponda del fiume, offrendo buoni raccolti di pregiati vini ed oli. La collina, poi, che si spinge verso l'altura e il Monte Mauro, offre buoni pascoli a pecore e capre. Modesto è l'artigianato tradizionale locale, mentre pressoché inesistente è l'industria. Questo è l'ambiente agro-pastorale nel quale viveva, da generazioni, la famiglia Cordisco.
Giocondino Cordisco (n. 8/11/1883 - m. 26/03/1963) e Anna Cristina (n. 25/07/1882 - m. 10/07/1921), erano coniugi stimati in paese: ben affiatati, timorati di Dio, dediti alla casa ed al lavoro. Il marito, che esercitava il mestiere di muratore, era assai noto per il suo carattere gioviale, socievole, un tantino allegrone; la moglie, di temperamento piuttosto riservato, dedita alla famiglia ed al lavoro dei campi nella piccola proprietà familiare. Molto religiosa era ritenuta Anna, sempre assidua alle celebrazioni sacre in chiesa, molto devota della Madonna, che spesso scendeva a venerare nel santuario di Canneto. Il 6 novembre 1908 fu gran festa a casa Cordisco: era giunto il primo frutto dell'amore dei giovani coniugi. La festa faceva aspro contrasto con la giornata uggiosa, non infrequente nella zona, esposta a correnti d'aria talora violente, fra mare e monti. Intanto, mamma Anna stringeva affettuosamente al seno quel batuffolo di carne e papà Giocondino se lo rimirava fantasticando, in cuor suo, sul futuro del suo primo figlio, che intravedeva pronto a seguire il discretamente redditizio mestiere di muratore. Il bel bimbo, tutto rosea carne, il 15 dello stesso mese fu 'presentato al tempio', la bella chiesa matrice di Montefalcone dalle ampie e solenni linee basilicali, per generarlo alla vita della grazia col santo battesimo. Gli fu imposto l'augurale nome di Vittorio, non sappiamo se già presente nella parentela dei Cordisco o non piuttosto per una qualche segreta ispirazione auspicale.
Il fanciullo crebbe all'ombra della pia genitrice, attratto dalla sua religiosità e dall'amore e devozione che essa nutriva per la Madonna. Ancora piccino, dimostrava una quasi naturale inclinazione per la chiesa, sia accompagnandosi prontamente alla mamma, diretta alla chiesa, sia imitando aspetti della vita del prete. Si narra che, avendo scoperto un locale di calzolaio, rimasto abbandonato e fatiscente, usava costruirvi un rudimentale altarino ed, invitati i coetanei, rivolgeva loro improvvisate 'prediche', che facevano in qualche modo presagire il futuro forbito oratore. Mamma Anna cominciò a concepire in cuor suo, l'idea che il piccolo Vittorio sarebbe stato un giorno, sacerdote. Rimuginava tra sé e sé questo sogno, e, contenta ma anche pensierosa, se ne confidava con la gente: 'Questo mio figlio un giorno sarà prete!'. Ogni anno era solita fare, l'8 settembre, memoria della 'natività della Beata Vergine', il pio pellegrinaggio al santuario del Canneto. Nel 1918, vi condusse anche il fanciullo Vittorio il quale dovette riportare una profonda impressione di quel mistico silenzio, che aleggia nel tempio, nella semioscurità appena diradata dai ceri. Mamma Anna lo consacrò alla Vergine e gliel'offrì per tutta la vita. Vittorio cresceva nel progetto del suo futuro di sacerdote, ed amava, talora, improvvisarsi già 'prete'. Mamma Anna non aveva animo di trattare col marito dell'affare della vocazione del piccolo Vittorio, ben conoscendo che altri progetti egli riservava per il figlio maggiore, al quale intanto si era aggiunto Albertino. Frattanto, il ragazzo stava completando il corso della scuola elementare in paese, impegnato con serietà sia nello studio sia nella pratica di vita cristiana. Sua virtù preminente, l'obbedienza. Quando la mamma usciva, senza autorizzare i piccoli alla merenda, Vittorio non seguiva l'esempio del fratello che sapeva servirsi da sé ma aspettava il ritorno di lei anche quando lo stomaco reclamava i suoi diritti. Perché il pio voto materno potesse avere attuazione, era indispensabile che venisse incontro qualche aiuto ad aprire la via giusta.
Circostanze, si direbbero fortuite se non si voglia pensare che fosse piuttosto gioco della Provvidenza, vennero incontro al voto della madre e al progetto del figlio. Si narra che quell'8 settembre del 1918, a Canneto si trovava il Vicario Generale di Trivento, monsignor Gennaro Giannico, cui si rivolse fiduciosa mamma Anna, esponendogli come il fanciullo desiderasse ardentemente seguire la via del sacerdozio. Ebbe assicurazione che egli stesso, don Gennaro, si sarebbe fatto carico di aprirle la via ed appoggiare la richiesta. Ma prematura morte di lui troncò ogni illusione. E tuttavia il caso, o la fortuna, o, se meglio si vuole, la Provvidenza tornò ancora in soccorso al pio progetto. Mamma Anna si recava di frequente nella matrice in Montefalcone, e spesso non riusciva a trattenere le lacrime. Notata da una giovane insegnante, che da Trivento, si recava a Montefalcone per il suo lavoro, ebbe assicurazione che ne avrebbe fatto parola al vescovo diocesano, che le usava indulgente familiarità. Un nuovo spiraglio di luce tornò ad aprirsi alla pia madre ed al fanciullo, sempre più deciso d'essere 'prete'. Ma resisteva, fermo, inflessibile e duro, papà Giocondino, che quel discorso non voleva proprio sentir ripetere. Vittorio era davvero fermamente deciso, costasse quel che costasse, ad attuare il suo progetto: divenir sacerdote. Terminato il corso elementare in paese, capiva bene che avrebbe dovuto prendere la risoluzione definitiva. Progettò di recarsi ai responsabili del seminario di Trivento e chiedervi l'ammissione, né aveva ormai speranza che il padre, Giocondino, cambiasse idea. Sicchè, un giorno, dell'estate del 1919, accompagnandosi a montefalconesi che erano soliti andare a Trivento, si presentò ardimentosamente al vescovo Antonio Lega, al quale era stata fatta precedentemente parola, manifestando con consapevolezza e fermezza il proposito di voler divenire sacerdote. Annuì il Prelato, facendo altrettanto esplicitamente comprendere la necessità di avere l'autorizzazione dei genitori. Grazie, quindi, alle argomentazioni di mamma Anna ed alla mediazione dell'arciprete don Pavone, ottenuto il consenso paterno, la madre potè presentare il fanciullo al rettore del seminario, don Ennio De Simone. Iniziò il corso quinquennale di ginnasio, che assolse con piena soddisfazione degli insegnanti, che rilevavano nel giovinetto sincero spirito di pietà, pronta obbedienza, impegno e successo nello studio, che era poi, il programma di vita, che il giovanetto si era proposto: 'Pietà, Obbedienza, Devozione alla Madonna e impegno nello studio'. E che davvero progredisse nello studio lo dimostrò pubblicamente nella settimana Santa del 1921, quando, appena tredicenne, avendo ottenuto la vacanza di una settimana in famiglia, chiese al parroco del paese natale, il ricordato don Pavone, di consentirgli di tenere il sermone del venerdì santo e, concessogli, seppe così bene svolgere il tema che ne restò sorpreso il parroco, meravigliati assai i montefalconesi, commossa fino alle lacrime mamma Anna, alla quale, soprattutto, il seminarista, aveva inteso offrire un piccolo saggio della sua oratoria, quasi presagio dell'imminente futuro. Nell'estate del 1921 tornò a casa con un triste presagio. La Madonna aveva accolto l'offerta di sua madre: il figlio sarebbe diventato sacerdote, ma lei ne avrebbe pagato il prezzo con la vita. La trovò gravemente malata, ma al vederlo, raccogliendo le ultime forze, si sollevò sul letto, l'abbracciò e disse: 'Figlio mio, io muoio ma tu fatti sacerdote; continuerò a pregare per te'. Quale fosse il dolore, quale la tristezza, quale l'angoscia, è facile intuire. S'accrebbe allora nell'orfano Vittorio devozione ed amore alla Vergine, che sentì ancor più fortemente sua seconda madre. Portò nel cuore, sino alla fine, con affetto davvero filiale il ricordo della mamma cui attribuiva, dopo Dio, la sua vocazione, come soleva ripetere.
Al termine del quinquennio ginnasiale, il giovane Cordisco fu ritenuto idoneo a proseguire gli studi per il sacerdozio e, quindi, destinato al Pontificio Seminario Regionale in Chieti, costruito anche grazie alla liberalità e munificenza di san Pio X, cui fu successivamente dedicato. E' superfluo notare che il Seminario si presentava quale ideale ambiente per una soda formazione morale e culturale; vi operavano, infatti, ottimi educatori e rinomati docenti, dal corpo dei quali doveva uscire più di un vescovo (Nogara, Ossola, Iacono ecc.). Dal momento dell'ingresso in Seminario, il giovane Vittorio s'impose ancor più consapevolmente un rigido programma di vita spirituale, perfezionando quello che lo aveva guidato nel seminario minore. Dal suo diario si evidenzia un brano di un discorso di papa Pio XI ai seminaristi in una udienza a cui ebbe la fortuna di partecipare. Rimase fortemente impressionato da quel discorso tanto da farne la carta programmatica della sua formazione al sacerdozio. Disse il Papa in quella occasione le parole rivolte da Gesù ai suoi apostoli: 'Rimanete nel mio amore. Coltivate, figli carissimi, l'intimità con Cristo, attraverso una sincera e profonda vita interiore'. Fu il punto focale nel cammino di perfezione del giovane seminarista, il quale, al termine del corso liceale e teologico, alla vigilia dell'ordinazione sacerdotale (26 luglio 1931), precisava quell'impegno nei suoi 'Propositi di vita spirituale', che riteniamo opportuno riferire alla lettera, perché rendono testimonianza della serietà, dell'impegno, della costanza per rimanere vitalmente nel l'amore di Gesù.
1. Farò sempre con diligenza e scrupolosa esattezza le mie pratiche di pietà giornaliere: preghiere del mattino - meditazione, lettura spirituale, visita al Santissimo, Rosario, preghiera della sera, esame di coscienza. 2. Contro ogni difficoltà possibile, cercherò di fare la mia confessione settimanale e farla bene; ogni settimana un'ora di adorazione ed ogni mese il breve ritiro mensile in preparazione alla morte. 3. Considererò il Breviario, come un onus angelicum, e mi sforzerò di recitarlo sempre digne, actente ac devote, possibilmente in chiesa, per lucrare le indulgenze. 4. Celebrerò la Santa Messa, come se ognuna fosse la prima o l'ultima della mia vita: con raccoglimento, devozione, ed esatta osservanza delle rubriche, non trascurando la necessaria preparazione e il debito ringraziamento. 5. Avrò sempre tenera, ardente devozione per il Sacro Cuore, la Madonna, lo Spirito Santo e l'Angelo Custode, e di questa mi farò apostolo. 6. Sarò sempre disposto a fare la Volontà dei superiori, dove, come e quando mi si manifesta, senza opporre difficoltà e resistenza alcuna; conservando sempre verso il superiore rispetto e amore filiale. 7. Durante il soggiorno a casa, mi mostrerò educatissimo verso le persone familiari, senza mai muovere lamento o altro che possa turbare la pace della casa. 8. Mio primo dovere, sarà di lavorare per la conversione della mia casa, e per la consacrazione della famiglia al Sacro Cuore. 9. Tratterò le donne, come si trattano le anime del Purgatorio; i ragazzi, come gli angeli di Dio; e gli uomini con carità ed urbanità. 10. Mi leverò per tempo, per compiere con agio le pratiche di pietà mattutine; darò allo studio delle materie sacre, e specialmente della morale, almeno due ore al giorno; mi asterrò il più che potrò dal caffè, vino e altri simili eccitanti; sarò mortificato nel cibo, non concedendomi che il necessario. 11. Mi manterrò sempre unito con i compagni Sacerdoti e col Seminario Regionale, con la preghiera e la corrispondenza. 12. Non farò passare giorno, senza leggere un capitolo della Sacra Scrittura specialmente del Nuovo Testamento, e un capitolo dell'Imitazione di Cristo. 13. Studierò con particolare interesse la dottrina dell'amore infinito e mi sforzerò di vivere lo spirito dell'alleanza. Chieti 24 luglio 1931
Dopo l'ordinazione sacerdotale, il giovane sacerdote fu richiamato in Diocesi dall'allora vescovo Giovanni Giorgis, che lo nominò vice parroco di Santa Croce in Trivento ed insegnante nel seminario minore; l'anno successivo, lo volle rettore, amministratore, insegnante nello stesso seminario e canonico della Cattedrale. Nei suoi quindici anni di direzione del seminario, don Vittorio mise bene in luce le doti di direttore e, soprattutto, di educatore. Cercò di non guardare il ragazzo già come un piccolo sacerdote, ma piuttosto di aiutarlo a scoprire i segni umani e naturali con cui Dio manifesta la sua volontà. Un giorno, parlando del seminario, si espresse così: 'Quello che manca alla pedagogia di un buon seminario, è quel necessario sforzo di preparare l'alunno all'incontro con la vita, avviandolo alla libera scelta di una sana e prudente ricezione delle novità'. Nei rapporti personali con i ragazzi, cercò di curare, in modo particolare, la virtù della sincerità. Li ascoltava con calma, scherzava con loro, sdrammatizzava certe situazioni. La vita spirituale vissuta nei diversi momenti della giornata, fu prima di tutto una esperienza personale e successivamente proposta alla comunità. Un suo seminarista così lo ricorda: “Pregava con noi, vigilava di persona sui nostri studi, era uno di noi negli stessi nostri giochi. Quante brutte sberle si è buscate da noi che le condivamo con un po' di cattiveria allorché doveva mettersi 'sotto' nel gioco allo schiaffo!” La luce del suo studio si spegneva solo per qualche ora della notte, riferiscono persone che abitavano vicino al seminario. E lui stesso soleva spesso ripetere: 'Benedico Mons. Giorgis, che seppe sviluppare in me il senso dell'obbedienza e della laboriosità, che ora mi permettono di non fermarmi mai, anche se le forze fisiche spesso ricalcitrano'. Impostò il suo programma di direzione e formazione degli adolescenti su tre basi: bontà, amore allo studio, disciplina sapientemente proposta e studiatamente temperata. Riuscì bene nel suo ufficio, favorendo anche adeguamenti ambientali e strutturali indispensabili alle esigenze di una moderna pedagogia. In breve il piccolo seminario di Trivento salì ad alto livello organizzativo, formativo, scolastico da essere considerato negli ambienti della sacra Congregazione dei Seminari come 'esemplare'. Se ne fece eco Pio Ciprotti, illustre canonista, che ricopriva alti incarichi di consulenza oltre che presso le Congregazioni pontificie anche nella stessa segreteria di Stato di Sua Santità. Né i superiori si limitarono a vederlo rettore del seminario ma, ammirandone energia, intelligenza, laboriosità e serietà, lo chiamarono ad altri non minori compiti dell'apostolato: lo vollero infatti assistente dell'allora fiorentissima Azione Cattolica. Anche in questo campo, don Vittorio si mostrò all'altezza di così delicati compiti, per singolare apertura d'animo, per integrità di vita, per soda e convinta pietà sacerdotale. La Socia per lui doveva essere: 'Apostola in casa: sorella che sopporta il fratello e lo converte. Apostola in strada: pensate che tutti vi guardano. Apostola in chiesa: pensare dove si va. Apostola nel vestire: il vestito deve servire a nascondervi il corpo. Apostola nel dolore e nella sofferenza: attenti ai lutti. Apostola nel divertirsi: è vero che avete quattro acini sotto i piedi, ma dal ballo si torna sfiorite col turbamento e il vuoto nel cuore'. Assai espressive testimonianze, rilasciate anche a distanza d'anni da membri dell'AC di allora nonché da alunni del seminario diocesano, rimangono eloquente documento delle doti di organizzatore, educatore, innovatore, di sano dinamismo, che animò sempre l'azione di don Vittorio. Se, infine, nascosta rimane all'occhio umano l'azione da lui svolta nella direzione di coscienze, in qualche modo potrà intuirsi dal fatto che egli in merito era molto richiesto, particolarmente nel sacramento della confessione. Né si vogliono trascurare altri onorifici incarichi ai quali la fiducia dei superiori lo volle, come: delegato diocesano per l'Opera delle Vocazioni, Delegato diocesano per l'Università Cattolica del Sacro Cuore, Direttore diocesano dei Sacerdoti Adoratori, senza tener conto di altri, minori, incarichi occasionali.
Dal 1946, la vita di Don Vittorio si apre ad un ritmo quasi frenetico di azione, che lo accompagna fino alla morte. In quell'anno, alla morte dell'arciprete Nicola Pavone, don Vittorio Cordisco ricopriva a Trivento gli uffici di Rettore del seminario diocesano. Al momento di licenziarsene così scriveva singolarmente ai suoi seminaristi: 'Figlio mio, sii sempre grato al Signore per il dono inestimabile della santa vocazione e sappi corrispondere con grande generosità. La vetta è alta, l'ascesa faticosa, il sentiero irto di difficoltà, ma quanto sole lassù, ma quanta gioia nella conquista!' Innamorato del suo sacerdozio, si era prefissato di farne mezzo e via per la sua personale santificazione e per giovare al prossimo non soltanto nello spirituale, ma anche nel sociale. Ed ora gli si apriva un vasto campo d'azione per concretizzare i suoi propositi e progetti. Sapeva certamente incontro a quante difficoltà sarebbe andato, quale situazione avrebbe trovato, quali danni da riparare, ferite da rimarginare, coscienze da risollevare fra la sua gente, cosciente anche che 'nessuno è buon profeta a casa sua'. In ogni modo, fidando in Dio e carico d'energie spirituali, iniziò il suo ministero parrocchiale in Montefalcone. Era il mese di agosto del 1946: mese della Madonna ed era vicino il giorno dell'annuo pellegrinaggio a Canneto. Don Vittorio godette quindi di iniziare il suo nuovo cammino pastorale alla luce e sotto la protezione della Madonna, per la quale usò sempre una devozione particolarissima, fervida, filiale. Da Canneto gli veniva la luce per affrontare le difficoltà e superarle; da Canneto il coraggio per lavorare instancabilmente fino alla vigilia della santa morte. Dalla Madonna l'avvio del suo cammino pastorale e la conclusione della sua vicenda umana: entrato parroco a Montefalcone alla luce della Madonna Assunta in cielo e madre delle grazie, se ne dipartì per l'eternità alla luce della Madonna rivelatasi 'immacolata' a Lourdes, quasi a scandire che il buon parroco si era impegnato a mantenersi nella purezza e castità evangelica, Maria, 'la stella', presentata più tardi alle sue figlie spirituali, era stata ancor prima, 'stella' della sua fede e della sua azione. Fin dal primo giorno del suo ritorno a Montefalcone, ne misura le rovine: guasti morali, ferite spirituali e materiali, povertà se non miseria e bisogno di tanto per sollevare spiritualmente e socialmente la sua gente: tanti bambini ai quali sembrava precluso un futuro accettabile; adolescenti, giovani senza prospettiva di lavoro e di vita dignitosa; guardava quasi sgomento, creature avanti negli anni, malandate, senza alcun sostegno. Già prima che nella mente, concepì nel suo cuore sensibile di voler fare qualche cosa di buono, di veramente utile per confortare, consolare, lenire tante sofferenze. E al progetto, appena abbozzato, diede la freschezza d'un gesto di grande umanità; dar vita ad opere sociali per sollevare la vita piuttosto grama della sua gente. Progettò asilo, scuola, laboratorio, istituto di assistenza. Egli, don Vittorio, si nuovo pastore si fece carico di tanti bisogni ed affrontò difficoltà, incomprensioni, rischi, pur di giovare alla sua gente. Così Montefalcone vide sorgere, dal nulla, l'asilo affidato alle cure delle 'Oblate', inizialmente, nei locali della casa di Carità, successivamente nell'edificio costruito grazie al suo impegno, confortato dalla comprensione di amministratori sensibili al problema. Sorse il laboratorio che accoglieva un bel numero di giovanette, che apprendevano e si esercitavano nel cucito, nel ricamo e in lavori di sartoria. Maggior impegno e maggiori difficoltà gli si presentarono per la realizzazione della 'Scuola Media'. Oggi potrebbe parere quasi puerile parlare di difficoltà per realizzare l'opera, se ne comprende la portata se si ripensa alla realtà di cinquant'anni fa in un'Italia uscita appena da un conflitto disastroso ed ancora grondante sangue, in un paese montano, lontano da qualsiasi centro d'una qualche rilevanza; erano ancora appena borghi Trivento e Termoli, né molto più potevano offrire Isernia o Campobasso. Il governo centrale era lontano! Don Vittorio non si perdette d'animo e uomo pieno di fede nella Provvidenza, avviò in locali angusti e di fortuna la prima classe di scuola media nell'anno 1948. Ne fu preside ed insegnante di religione e materie letterarie, sostenitore e all'occorrenza finanziatore, fino al 1963. Si rivelò ottimo e coscienzioso insegnante, esemplare educatore, apprezzato organizzatore, e ne riportò lode e prestigio, come documentano le relazioni di ispezione governative, eseguite nella scuola media montefalconese. Egli era profondamente convinto che compito della scuola è: istruire la mente, educare il cuore al bene e formare la volontà al dovere. Ripeteva: 'Datemi un uomo istruito che non abbia cuore educato al bene e l'istruzione di costui sarà sempre sterile, mai feconda di bene. Il suo sapere sarà luccicore non luce, non calore, non vita. Al contrario datemi un uomo di cuore, educato al retto sentire e al nobile operare e costui sarà più utile alla società perché saprà essere padre, fratello, amico, saprà prevenire una sventura, impedire un delitto, asciugare una lacrima'. Molte sono le testimonianze dei suoi alunni. Riportiamo quella del dottor Ettore Cordisco, davvero significativa: ' Egli era tanto esigente da ricorrere a volte, per il mio bene, alla provocazione, fino a rasentare l'offesa; un giorno, infatti, nel riconsegnarmi un tema d'italiano, dopo averlo sbandierato con compiaciuta ostentazione perché tutta la classe notasse le innumerevoli e vistose sottolineature di disapprovazione seguite da un voto negativo molto basso, mi disse che scrivevo come parlavo, in montefalconese. Con quel gesto e con quella battutaccia, era riuscito nel suo intento ad ottenere quanto si era prefisso, a ferire il mio orgoglio: le sue salutari mortificazioni furono tanto pungolanti e tanto preziosi i suoi consigli, per i quali gli sono stato poi sempre oltremodo grato. Ero anche convinto di essere un privilegiato per via dello stesso cognome e dello stesso paese, ma un sonoro schiaffo servì a ricondurre alla realtà le mie fantasticherie e a farmi capire di non aver nessun titolo per poter essere trattato diversamente e meglio degli altri. Quando la scuola fu statalizzata, nonostante la sua conoscenza di uomini e cose e le tante benemerenze acquisite nel campo della scuola, gli fu chiesto bruscamente, perché privo di titolo legale, di lasciare la Presidenza. Don Vittorio si ritirò con semplicità e senza recriminazioni o pretese, continuò a svolgere in quella scuola voluta e istituita da lui, con dignità, solo funzione di insegnante di religione, sino al febbraio 1973. Tanta attività non riduceva per niente l'azione più strettamente e specificamente parrocchiale e pastorale. Uomo di fede, uomo d'apprezzabile cultura, oratore forbito, qualche volta anche un tantino ricercato e studiato, dalla voce chiara e suadente, riusciva a conciliarsi attenzione, simpatia e rispetto anche dai meno disposti verso la Chiesa. Vi univa una non comune umiltà e prudenza che sapeva smontare, anche le più ostinate riserve. E' quanto testimonia il suo figlio spirituale mons. Vincenzo Ferrara oggi sottosegretario Congr. Culto Divino: 'Memore del gusto di Dio trasfusomi in cuore nelle prediche di due anni prima, rientrai in chiesa quel quindici agosto del 1945 ad ascoltarlo (avevo 11 anni). Mi vide, mi fece chiamare al termine della messa e, poiché la sua casa paterna non distava molto dalla mia, percorremmo insieme la strada per tornarvi. Aggiunse, per strada: ' So che da parecchio non vai in chiesa e che si ripropongono difficoltà per continuare negli studi, ma credi così di risolverle? Ed è soprattutto così che mantieni fede al bel proposito conoscere, conoscere Dio per amarlo e servirlo nei fratelli, sul quale, qualche anno addietro promettesti di impegnarti? Posso capire, concluse, ma non giustificare: dobbiamo vederci, dobbiamo parlarne, soprattutto dobbiamo pregare'. Provvidenziale quel dolce rimprovero che se non sortì l'effetto di una immediata riconciliazione, valse, tuttavia a rendermi pensoso sull'urgenza di considerare con gli occhi della fede, le motivazioni del mio sofferto atteggiamento contestatario. Ed ancora il 12 settembre 1945: ' Vieni, mi disse don Vittorio, facciamo quattro passi e una bevuta e ne trarremo vantaggio e ispirazione. Penso mi disse che i giovani, in particolare, abbiano bisogno in Montefalcone, di un tonico confronto con l'esperienza religiosa. Ho invitato un sacerdote per un convegno giovanile in paese. Verrà fra qualche giorno e vorrei che tu lo seguissi molto da vicino. La penultima sera di quella settimana riuscitissima, don Vittorio mi rivolse ancora una domanda: ' Ci stiamo preparando a compiere con la visita ad una famiglia, una missione tipicamente sacerdotale molto importante. Abbiamo bisogno di essere sostenuti da tanta preghiera, te la senti di darci una mano? Mentre noi si andrà a compiere questa missione, tu rimarrai in chiesa a pregare sulla traccia che ti ho scritto su questo foglio. Penserò io, ad avvisare i tuoi ed a riaccompagnarti a casa'. Pregai? Non lo so. Dio sa quanto l'avrei voluto, ma non potevo, inchiodato dalla paura frammista al senso del dovere. Quando riuscii finalmente a leggerla, mi accorsi che don Vittorio l'aveva scritta più per me stesso che per il suo ministero: ' Io non so che stia per accadermi o mio Dio; io affatto lo ignoro. Quello che è certo, so che niente mi accadrà che non sia da voi preveduto, regolato ed ordinato da tutta l'eternità. E ciò mi basta. Adoro, o Signore, i vostri imperscrutabili disegni ed a questi, di tutto cuore, mi rassegno per vostro amore. Tutto accetto, tutto voglio, ed unisco questo mio sacrificio a quello di Gesù Cristo, mio divin Redentore. Vi domando a nome suo e per i suoi meriti infiniti, la pazienza nelle mie pene ed una perfetta sottomissione a quanto mi accadrà per il vostro beneplacito. Amen.' Fu questa preghiera, che da allora ho poi recitato all'inizio di ogni mia giornata. Ancora una volta, il profondo spirito di fede di don Vittorio, aveva colto nel segno, con l'impegno e quel pauroso sacrificio della mia veglia solitario in chiesa, aveva preso, come suol dirsi, 'con una fava due piccioni', l'efficacia del suo ministero pastorale e la mia definitiva decisione di consacrarmi a Dio. Carattere aperto, dotato anche di humour, talora anche faceto, sapidamente arguto, lasciò fiorire una larga ”'letteratura”'sul suo singolare modo di avvicinare ed anche riprendere. Se talora, l'impulso gli avesse causato di alzar la voce, anche se giustamente, non andava a letto senza aver chiesto scusa all'interlocutore, proprio come suggerisce la Sapienza di non far tramontare il sole sopra il proprio e altrui turbamento. Per esempio, era possibile sentirlo apostrofare qualche parrocchiano poco assiduo alla chiesa: 'Ma tu non appartieni a Montefalcone? ', o, se l'assenza fosse stata prolungata: ' Ah, sei tornato dall'America?', e simili battute che soltanto don Vittorio poteva permettersi. Come programma pastorale si era proposto di costruire la parrocchia come'comunità cristiana di fede, d'amore, d'obbedienza ai precetti divini'. Nel testo della sua catechesi al popolo, relativa appunto alla parrocchia, inserì la risposta di un giovane ricoverato all'ospedale di Bologna a seguito di un grave incidente automobilistico: “la comunità cristiana non dev'essere solo riunirsi insieme la domenica in chiesa, nel pregare insieme, nel cantare insieme, nel partecipare magari insieme alla mensa eucaristica, deve essere una comunità di amore che perdona, di amore che benefica. Come si può chiedere e dare il segno della pace se accanto a noi c'è il fratello con cui non si parla, il povero che non ha avuto giustizia e amore, il povero, il tribolato, il sofferente d'anima o di corpo che è confinato dall'egoismo degli altri in una fossa d'estraneità e di solitudine senza il conforto, il sollievo e l'aiuto della fraterna solidarietà?”. Come sacerdote e pastore, era molto sollecito e attento alla sacra liturgia, curava con gusto il canto sacro, era molto diligente nel preparare meditate omelie e catechesi. Zelava ed inculcava soda devozione eucaristica, autentico culto mariano, cristiana pietà verso i defunti. Non si può dimenticare il grande amore di Don Vittorio per i seminaristi e i sacerdoti. E non poteva essere diversamente per chi come rettore nel seminario diocesano, aveva profuso per tanti di loro, i tesori del suo cuore e della sua mente. Era la sua testimonianza di un sacerdozio incarnato nelle varie realtà e vissuto con coerenza a suscitare vocazioni. Era il suo costante lavoro per le famiglie e nelle famiglie a porne i germi. I seminaristi, poi, li seguiva durante le vacanze, li curava nella vita di preghiera e nell'impegno di apostolato parrocchiale. Nella immancabile passeggiata con loro verso la 'Cardinale', non mancava di stimolarne la fedeltà alla meditazione esigendone quotidianamente un riassunto.
Particolare cura riservava ai fanciulli, che istruiva adeguatamente, facendone anche il piccolo clero a servizio dell'Altare. Vigilava da vero pastore, sulla moralità della vita coniugale e familiare; caritatevole e sollecito verso gl'infermi; sempre pronto e zelante nell'amministrazione dei Sacramenti, in particolare della Riconciliazione e del Viatico. Favoriva in tutti i modi il bene spirituale dei fedeli. Studiosamente diligente nell'organizzare ed offrire ai suoi filiani corsi di missioni. Fra queste, ricordate e ricordevoli sono rimaste quelle del 1947, appena iniziato il suo ministero in Montefalcone. Alla conclusione egli sempre pronto a parlare al suo popolo, nell'erigere la croce-ricordo, concluse:'Lo guarderemo (il Crocifisso) ed Egli ci parlerà col linguaggio del sangue sgorgante dalle sue piaghe aperte' e soggiunse, salutando i missionari:'voleremo lassù per incontrarci con la dolce madre Maria'. Altra missione, che lasciò grande impressione e produsse tanti frutti spirituali, quella in preparazione alla 'pia peregrinazione del corpo di san Gabriele dell'Addolorata' (1964), quando, pubblicamente promise di 'far digiuno ogni anno all'anniversario della data, in ringraziamento a Dio del bene operato e per propiziare la protezione del Santo sul suo lavoro e sulle anime a lui affidate'. Ebbe tanta cura della sua chiesa, promuovendo costosi ma indispensabili restauri, rifornendola di preziosa suppellettile sacra, arricchendola di un organo elettrico e di una nuova campana, alla benedizione della quale, tenne un così ispirato sermone la cui conclusione si adornò di un poeticissimo saluto: “Suona, o campana! Suona per benedire chi nasce e piangere chi muore, per salutare chi arriva e consolare chi parte, per festeggiare chi gode e confortare chi soffre. Suona per i vivi, suona per i morti: suona per la terra, suona per il cielo! Suona, o campana!' Non dimenticava però i bisogni temporali. Acuto analizzatore dei fenomeni anche sociali, fece della sua vita donazione totale al suo popolo, nel proposito di sollevarne le condizioni, spesso lacrimevoli: lasciando benedetta memoria per la sua grande carità. Ogni giorno nella sua mensa c'erano posti in più. Puntualmente all'ora del pranzo si presentava a casa con ospiti con i quali familiarmente condivideva i pasti. La sua casa era frequentata abitualmente da papà e mamme che imploravano lavoro, chiedevano tra lacrime soldi per comprare il pane, scarpe e vestiti per i loro figli e lui don Vittorio, tutto metteva a disposizione, anche la sua stessa biancheria, all'insaputa dei suoi familiari. A conclusione della giornata vuotava il borsellino fino all'ultima lira e sorridendo diceva: 'Il Signore non riempie se trova ancora qualcosa'. Sul tardi andava a consegnare a chi ne aveva urgente bisogno i suoi ultimi spiccioli della giornata. Quante volte, sotto l'ampio mantello, portava pane e viveri ai suoi figli bisognosi! Don Vittorio non si vergognò di picchiare alla porta dei cuori, di farsi mendicante di Dio per aiutare i poveri, i malati, i sofferenti, mosso dalla frase evangelica: ' Ogni volta che avete tutto questo al più piccolo dei miei fratelli, l'avete fatto a me'. Per un anno, dall'ottobre 1963 all'ottobre 1964, fu coadiuvato nel lavoro pastorale, da don Luigi Di Lella il quale rimase fortemente impressionato dalla fede e umiltà di lui che in una lettera inviatagli, così si esprimeva: 'Carissimo don Luigi, lo Spirito Santo sa bene dove posarsi e non si poserà certamente su questo modesto parroco di montagna che non possiede nessuna qualità per attirare il suo sguardo. A pare mio, mi stimi troppo e mi guardi con lenti d'ingrandimento. Io credo di avere una sola dote, quella di un po' di spirito di fede che mi fa tutto vedere come disposto o permesso da Dio, al cui volere mi sottometto prontamente sempre, certo di fare così il mio bene. Voglia il Signore mantenermi sempre in questo spirito. Una sola cosa è necessaria: salvarsi e salvare, in qualunque luogo e in qualunque campo'. Don Vittorio è stato un grande seminatore della Parola di Dio e a questo proposito così scriveva a don Luigi: 'A noi deve interessare seminare abbondantemente la Parola di Dio e poi pregare che la grazia di Dio fecondi il nostro lavoro. A noi spetta di preparargli la via, rimuovere gli ostacoli, non intralciare la sua opera; noi dobbiamo essere canali che non impediscano il passaggio dell'acqua viva che sale alla vita eterna. Quando possiamo dire di essere questi canali liberi da ogni terreno ingombro, stiamo tranquilli. Il Signore, per mezzo nostro, a torrenti riverserà la sua grazia nelle anime a noi affidate e le anime prenderanno a poco a poco una fisionomia: quella di Cristo, e vivranno e sentiranno il bisogno di vivere di Lui' 'Per salvare le anime ci vuole pazienza, perseveranza e molta preghiera accompagnata da un po' di sacrificio. Il Signore s'impegna a fare il resto. In questo modo la parrocchia si trasforma in un giardino fiorito di Dio dove si raccoglieranno frutti copiosi di virtù e santità'.
Mentre andavano prendendo forma le varie iniziative a carattere sociale: asilo, laboratorio, scuola media e 'l'ospizio' che però, don Vittorio amava chiamare 'Casa della Carità', si prospettava serio e urgente il problema del personale, cui affidare la cura di alcune di queste opere. Il buon sacerdote pensò inizialmente di rivolgersi alle Suore degli Angeli che aveva conosciuto e assistito spiritualmente nel tempo di residenza in Trivento. La Provvidenza che vegliava sui santi progetti del sacerdote, intervenne quasi miracolosamente. In Montefalcone, tre giovani avevano concordato di dedicare le loro energie e il loro tempo per venire incontro alle impellenti necessità del paese e costituirono così un 'laboratorio' familiare, dando lezioni di ricamo e di sartoria; contemporaneamente una di loro istruiva i piccoli in un improvvisato asilo, egualmente familiare. Le tre: Margherita Percesepe, Maria Cieri e Ada Rossi, si presentarono al parroco mettendosi a sua disposizione pronte a collaborare alle sue istituzioni scolastiche ed assistenziali. Don Vittorio fu ben lieto dell'intervento ma volle prima sincerarsi bene che rette fossero le intenzioni e davvero secondo i disegni di Dio fosse progetto di così espressivo amore per il prossimo più bisognoso. Si consigliò col proprio Vescovo, si rivolse all'illuminato consiglio di Padre Pio da Pietrelcina e, dopo aver ricevuto assenso, conforto e benedizione dall'uno e dall'altro, rotto ogni indugio, costituì, nel 1948, la Pia Associazione che denominò 'Oblate della Carità', dando ad essa un primo corpo di Norme e Costituzioni, datate al 4 Ottobre, festa di S. Francesco d'Assisi, segno premonitore dell'indirizzo che doveva successivamente prendere la sua piccola Famiglia religiosa, ispirandosi al carisma francescano. Se inizialmente le varie istituzioni avevano trovato sistemazione temporanea, don Vittorio andava cercando dei locali da adattare allo scopo. Vi era in Montefalcone l'imponente castello baronale, passato dai Coppola ai Petrella. Messi in vendita alcuni locali, don Vittorio si affrettò a comprarli, mentre altri sempre nello stesso edificio, ne prese in affitto. Per l'acquisto non è che si trovasse in denaro: tutt'altro! Egli in tasca non aveva una lira e fu la Provvidenza ad appianare le cose. Nella prima comunicazione al popolo del come si arrivò all'acquisto dei primi locali, per la Casa di Carità, don Vittorio così si esprimeva: ' Da quando sono venuto in mezzo a voi ho sempre vagheggiato il disegno di dar vita, nel nostro paese ad un'opera che accogliesse: poveri, vecchi, ammalati, i senza pane e senza tetto ed assistendoli con cristiana carità, alleviare le loro sofferenze e rendere meno dura la loro miseria. Occorrevano i locali. Io posi l'occhio nei locali del Palazzo Petrella, quelli prospicienti alla terrazza. Nel dicembre del '46 feci i primi passi presso i proprietari. Questi, trattandosi di un'opera di beneficenza che doveva sorgere nella loro casa, vollero essere i primi benefattori, dicendosi disposti a cedere quei locali per un prezzo di vero favore e cioè di lire 600.000. Prezzo di favore, ma io non avevo neanche 100.000. Raccomandai l'opera a Dio e pregai la Madonna e dissi: Madonna mia, se tu vuoi che veramente sorga quest'opera, spianami la via, e la mia preghiera non rimase inascoltata. Nell'aprile del '47, venni a sapere che donna Cristina Iuliani, una nostra concittadina, residente a Mafalda aveva intenzione di lasciare qualche ricordo al suo paese natale, in qualche opera di bene. Il 10 maggio fui a Mafalda e parlai dell'opera, e lei mi disse che intendeva vendere una casetta e devolvere l'equivalente in favore dell'opera. Fu la prima luce. Parlai con le nostre autorità e le trovai disposte ad aiutarmi. Il 15 luglio, nel municipio mi incontrai per la prima volta col benemerito nostro figlio di Montefalcone residente in America, sig. Pasqualino Natarelli e capii che era tornato principalmente per una missione di bene e di carità. Non ci fu bisogno di molte parole, seduta stante, disse di voler concorrere con la sua offerta per l'opera e sollecitò l'acquisto dei locali prima della sua partenza da Montefalcone. Il 16 luglio alle ore 18,30 nei locali del palazzo Petrella, alla presenza dei proprietari venditori Pietro Petrella, Giulio e Pietro Menna, alla presenza del signor Pasquale Natarelli, il sindaco, il parroco, Amato Petti Quintino, Giuseppe Natarelli, il notaio don Luigi Rossi stese l'atto di acquisto e stabilì di versare lire 600.000 in due rate, la prima di lire 250.000 subito e lire 350.000 entro due mesi. Il notaio, prima di scrivere si guardò intorno quasi a dire: chi paga? La risposta non si fece attendere perché il signor Pasquale Natarelli disse: 'Pago io' e pagò le 250.000 lire. Lascio immaginare la mia gioia e la riconoscenza. Ringraziai tutti i presenti e il generoso benefattore. Rimaneva da pagare lire 350.000. Il 17 luglio sono andato a Mafalda per comunicare a donna Cristina Iuliani la lieta notizia dell'acquisto dei locali e sollecitare il suo aiuto per il pagamento della seconda rata. Lei mi autorizzò a vendere la casetta di cui vi ho annunziato e a devolvere tutto il ricavato per l'opera. Qualora poi la vendita non si effettuasse non mancherà di togliermi dall'imbarazzo, concorrendo per il resto. Così si sono svolti i fatti'. Successivamente, furono acquistati altri locali, e, adattati allo scopo, si resero idonei ad accogliervi le prime 'Oblate della Carità', le prime assistite anziane, i primi orfani e figli di emigranti. Quanto costasse il cammino dell'opera Iddio solo lo sa! La giornata di don Vittorio iniziava molto presto con l'adorazione e terminava molto tardi con l'adorazione, convinto com'era che il lavoro migliore 'è quello che si fa con le ginocchia'. Diceva: 'L'abbandono della preghiera per l'azione, è la grande eresia del nostro tempo. E' urgente ritrovare il senso della preghiera, riscoprirne la sua necessità: a) estraniarsi, periodicamente, dall'attività, qualche ora ogni giorno, qualche giorno ogni mese, qualche settimana ogni anno. b) Favorire in noi e attorno il raccoglimento, il silenzio esteriore ed interiore. c) Farsi un programma di vita dove le ore di attività, siano contemplate insieme ad ore di preghiera'.
Ormai erano state gettate le basi di una 'Pia Associazione', che avrebbe affiancato l'opera del Fondatore nella conduzione delle varie opere sociali. Responsabilità e fatica, che ricadeva tutta intera sulle sue spalle. Si trattava di ordinare legalmente l'istituzione, di formare le Oblate, di istruirle professionalmente, assisterle spiritualmente, per dare all'istituzione e alle stesse oblate una figura e consistenza legale-organizzativa. Opera non certo agevole perché don Vittorio aveva già il rilevantissimo compito e peso di una parrocchia, non certo fra le più piccole della Diocesi. Ma non si perde d'animo, affidandosi anzitutto alla provvidenza. Rinforza il suo esercizio di preghiera e di penitenza, moltiplica le sue energie per giungere ad ogni campo della sua attività. La piccola Famiglia, frattanto, cresce di numero: viene un bel drappello di vocazioni giovani, che ha fame di Dio, ma anche fame di 'pane'. Devono essere formate convenientemente, e quindi bisognose di un luogo e di una casa adatta allo scopo. Non ne trova in Montefalcone né nell'ambito diocesano. La Provvidenza gli suggerì di rivolgersi ai Monaci benedettini del santuario della Madonna dei Miracoli in Casalbordino. Sarà il primo 'nido' di formazione per le giovani, dove si temprano al sacrificio, alla rinuncia, alla mortificazione nel regime di vita piuttosto duro da affrontare all'ombra di quel santuario mariano. Le giovani, sotto la vigile direzione spirituale dei Monaci, con la costante vigile assistenza del padre, maturarono la loro vocazione secondo il suo stile di vita, austero ma gioioso. Diceva a riguardo: ' La vocazione vuol dire rinuncia, vuol dire impopolarità, vuol dire sacrificio. Vuol dire la preferenza della vita interiore a quella esteriore, vuol dire la scelta d'una perfezione austera e costante in confronto con una mediocrità comoda e insignificante. Vuol dire la capacità di ascoltare le voci imploranti del mondo; vuol dire essere e rimanere giovani, avere l'occhio limpido e il cuore grande'. Furono due anni, 'eroici', inanellati di autentici 'fioretti' francescani di penitenza e di perfetta letizia, mendicando anche di porta in porta un pane quotidiano. Intanto al consenso del vescovo diocesano, seguì il riconoscimento come istituzione di diritto diocesano, avviato dal successore del Giannico, Pio Augusto Crivellari, e portato a perfezionamento dal successore Achille Palmerini, che mostrò tanto amore verso la nascente famiglia religiosa quanta predilezione le aveva riservata Mons. Crivellari, il quale merita una parola a parte. Egli mostrò predilezione per l'istituzione fin dal primo incontro. Volle sposarne la causa facendola sua. Non contento di favorirne le attività volle dare loro un nuovo nome, una nuova divisa e fisionomia spirituale: le chiamò 'Sorelle Francescane della Carità' ferendo, forse, sul momento, la sensibilità del Fondatore e delle stesse 'Oblate'. Nell'intitolazione si poteva leggere tutto un programma di vita: la comunione di fraternità nello spirito di Francesco d'Assisi nell'esercizio di opere della Carità: spirituali e corporali che don Vittorio alimentava con le sue paterne raccomandazioni: 'Figlie mie, il nutrimento della vita comune è la Parola di Dio e l'Eucarestia. L'edificio materiale è composto di tanti pezzi e la legge di ogni pezzo è quella di sopportare l'altro. Ogni membro di questa famiglia deve imporsi questa legge della sopportazione vicendevole. Solo a questa condizione è assicurata la sussistenza dell'edificio morale'. L'imprevedibile scomparsa del vescovo Crivellari causò non poche preoccupazioni al Fondatore che, intanto, era stato nominato anche Vicario generale della Diocesi, alla quale nomina resisteva, rispondendo con motivazioni che non avrebbero dovuto mortificare la modestia di nessuno. Chiese perfino di voler lasciare la parrocchia, la diocesi per recarsi missionario in Africa, ma quando il 24 dicembre 1964 il vescovo gli chiese di fare l'obbedienza, don Cordisco chinò il capo e, come sempre, rispose: ' Fiat, amen'. Si sentì in dovere da Vicario di inviare delle circolari ai sacerdoti, religiosi, laici impegnati e subito ci fu chi ebbe da ridire. In una sua lettera trapela il suo rammarico: 'Figlio mio carissimo, come potrò degnamente assolvere al grave compito assegnatomi dal vescovo e che è un compito prima di tutto di evangelizzazione, se dopo trentacinque anni di sacerdozio trascorsi tra l'insegnamento e l'impegno pastorale, in seminario e in parrocchia, io secondo l'opinione di alcuni non saprei ancora neppure predicare bene la Parola di Dio che a parere loro continuerei a velare di traboccante enfasi sentimentale?' Intanto, appena avviata la pratica di una ricognizione canonica dell'Istituto, veniva a mancare colui che se n'era fatto garante davanti alla comunità diocesana. La Provvidenza, che in non poche circostanze si era fatta presente nell'azione di don Vittorio, procurò una sollecita rassicurazione, inviando a Trivento, quale vescovo Achille Palmerini, succeduto al breve episcopato di Pietro Santoro. Sua Eccellenza Monsignor Palmerini prese subito a cuore le sorti della piccola famiglia religiosa; ottenne il richiesto 'nulla osta' dalla Sacra Congregazione, autorizzandolo così a dichiarare Istituto di diritto diocesano la famiglia delle Sorelle Francescane della Carità. Frattanto il Fondatore era coadiuvato nella direzione spirituale delle sue figlie dal dotto e santo Padre Luigi del convento di s. Antonio in Campobasso. Mons. Palmerini, sollecito dei bisogni spirituali delle suore, si premurò di trattare direttamente col Ministro Provinciale dei Frati Minori di Puglia e Molise, Padre Angelo Marracino, il quale assicurò il suo interessamento. Si era andato sviluppando fruttuosamente il campo di lavoro delle Sorelle: attività parrocchiale e catechistica; direzione di scuole materne in Montefalcone, Trivento, Celenza, Palmoli; direzione di case di riposo per anziane, in Montefalcone, Agnone e Trivento. Il Fondatore, sempre attento e vigile per la formazione spirituale e professionale delle sue figlie, era sollecito nel promuovere i ritiri mensili, il corso annuale di esercizi spirituali e i corsi di aggiornamento per i vari settori in cui esse operavano. Visitava le fraternità mensilmente. Paternamente parlava con tutte, s'interessava di ognuna, seguiva il cammino spirituale ed aveva per tutte e per ciascuna la fermezza del papà e la dolcezza della mamma. Soleva dire spesso: 'Il bene va fatto bene. La religiosa o è una bandiera o è uno straccio', ed insisteva molto per la formazione delle novizie, alle quali amava ripetere: 'novizia ottima = suora buona; novizia buona = suora mediocre; novizia mediocre = suora cattiva. Non basta fare i voti, bisogna viverli con verità, viverli con pienezza umana e divina, viverli con gioia. La gioia figlie mie, è la grande prova dell'autenticità'.
La piccola famiglia religiosa andava sviluppandosi in membri e attività e dopo la prima professione solenne, avvenuta il 26 agosto 1973, seguì il primo capitolo canonico, celebrato in Montefalcone. Di questa professione, uscì un articolo sull'Osservatore Romano che piacque tanto a don Vittorio e il 16 gennaio 1974, quasi alla vigilia della sua morte, così scriveva a don Vincenzo: 'Ho ricevuto con ritardo l'Osservatore che porta il tuo magistrale articolo sulla professione delle suore. Tutto brillantemente bene, c'è solo una stonatura, quella dei diversi aggettivi qualificativi, relativi alla mia modesta persona. Figlio mio, servo inutile io sono ed anche meno, un povero peccatore bisognoso estremamente della divina misericordia e confido che il Signore voglia usarmene abbondantemente, come è nel suo stile'. La salute del Fondatore cominciò intanto a generare qualche seria preoccupazione. Pur avendo bisogno di assoluto riposo e tranquillità, volle restare sulla breccia mentre confidava ad un suo parrocchiano che 'la morte l'attendeva sulla strada per trasferirlo sulla via del cielo, ove era atteso dalla sua cara ed adorata mamma che, pur avendolo lasciato in tenera età, gli aveva già insegnato la virtù del sacrificio'. Fattori vari influivano e confluivano a creare angustie al suo animo, con riflessi nel suo fisico, abbastanza provato da tante fatiche. Non erano mancate prove morali che, pur se generosamente superate, tuttavia avevano lasciato qualche segno nel suo fisico. Vi si aggiungeva anche la preoccupazione di come guidare le sue figlie spirituali alla luce delle innovazioni a seguito del Concilio Ecumenico Vaticano II verso il quale egli prestava assoluta fedeltà. Proprio nel vivo dell'interiore tormento, sopraggiunse una nuova forte crisi del male che da qualche tempo insieme al diabete era in agguato: la cirrosi epatica. Fiaccato nelle forze del corpo ma ingigantito in quelle dello spirito, cominciava a dar segno di non farcela più. In qualche circostanza buttò qua e là qualche frase allusiva:' il Padre vi lascia' e ancora 'ho fretta, ho fretta, bisogna che sistemi ogni cosa perché domani potrei non esserci più'. Cominciarono le alternative, avvertiva dei sintomi nuovi nel suo fisico (gran peso allo stomaco) ma chi poteva arrestarlo? Curvo, stremato non camminava più, correva, correva, aveva fretta. Non si stancava di esortare, illuminare, consigliare, e, soprattutto, di pregare, di immolarsi per le sue figlie. Volle trascorrere una giornata a Canneto accanto alla Mamma, alla sua Madonna di Canneto dove aveva detto il suo primo 'sì' ed ora prostrato e con le lacrime ripeteva il suo ultimo 'sì'alla volontà di Dio. Il 6 febbraio, come negli altri anni, volle correre in parrocchia, che in detto giorno ricorda il Beato Angelo da Furci e celebrare le due messe. A sera quasi digiuno si recò in camera per riposare. A mezzanotte il male in agguato lo afferra, un fiotto di sangue gli fa capire che era vicino l'incontro con il Padre. L'indomani le suore aspettavano in Cappella l'arrivo del Padre per la meditazione e la S. Messa, ma l'attesa fu vana. Corrono al suo capezzale, trovano il medico e il fratello accorsi già da parecchie ore. Urge il ricovero in ospedale, anche se lui continuava a ripetere: 'Fatemi morire in casa! ' Si arriva all'ospedale più vicino: Vasto. Con lucidità di mente e chiara conoscenza del male espone ai dottori con una serenità ammirevole ogni particolare della sua malattia, come se tutto si riferisse ad altri e non a sé. I dottori esclamano:' Che santo sacerdote!'. La stessa sera del 7 febbraio chiese il confessore. Comincia un andirivieni di persone, parrocchiani, sacerdoti, vescovi, autorità dottori. Aggravandosi sempre più, si decise di riportarlo a casa. All'alba dell'11 febbraio gli venne ricordata la festa della giornata: l'apparizione della Vergine a Lourdes. Lui cantore impareggiabile della Vergine Santissima, riprende improvvisamente vigore, segue la Santa Messa celebrata in camera da don Gaudenzio, don Luigi e don Giovanni, appressa le labbra al calice del Sangue divino, si nutre per l'ultima volta del Corpo di Cristo e al momento della benedizione, sorretto, si segna, benedice tutti i presenti e le sue figlie. Il suo volto s'illuminò e alla richiesta se voleva che si cantasse l'inno alla Vergine di Lourdes più con gli occhi che con il capo fece cenno di sì. Dopo poco arrivò il vescovo mons. Palmerini. Raccolse tutte le sue ultime forze, chiese la benedizione e il bacio della mano in segno di riverenza, rispetto, obbedienza. Ormai non poteva più parlare, ma nella piena lucidità di mente, alla domanda se voleva offrire la sofferenza per la Chiesa, i sacerdoti, il seminario, la sua Congregazione, profondamente commosso con il capo disse il suo 'sì', quando poi il Vescovo fece l'altra domanda se era pronto a compiere la volontà di Dio, con una serenità invidiabile, alzata la testa, più volte disse il suo 'sì'. Alle ore 7 del 12 febbraio 1974 la pur robusta fibra di Vittorio Cordisco cedeva. Il santo prete dal cuore ardente, dai progetti ardimentosi, dall'azione indefessa, non era più di questa terra. Sorella morte lo rapiva all'affetto della Famiglia Religiosa, della famiglia naturale, della parrocchia di Montefalcone e della Diocesi. Il lutto avvolge e per un momento sconvolge la trama della Congregazione. Scomparso il pastore, umano timore suggerirebbe lo smarrimento delle pecorelle. Lui che rappresentava per le sue figlie il padre, l'amico fidato, il direttore spirituale, il rifugio sicuro nei momenti d'inevitabili ore buie che non possono mancare. La Provvidenza ha le sue vie, che non sono certo quelle dell'uomo. Il Pastore della diocesi, S. E. mons. Palmerini si rivela due volte padre; moltiplica le sue sollecitudini, le sue attenzioni, il suo interessamento, conforta, suggerisce, consiglia, aiuta a superare lo smarrimento e lo sconforto.
E' facile immaginare l'angoscia delle Religiose nel non vedere più fra di loro il Padre, il Fondatore, la guida dolce sicura rassicurante. Avrebbero voluto almeno avere accanto quella salma, che sarebbe stata sempre per loro una presenza corroborante nel duro difficilissimo cammino, ora ch'egli non c'era più. Se ne consultarono fra di loro, se ne consultarono col Vescovo, così premuroso verso di loro, se ne consultarono con l'autorità civile, nutrendo un 'sogno': avere nella loro cappella traslata la salma del Padre. Parve a molti quasi prodigioso che si riuscisse a superare tutte le riserve e le formalità burocratiche e si ottenesse tanto presto l'autorizzazione legale , ecclesiastica e civile, per la traslazione della salma del pio sacerdote. Fu un trionfo il trasporto dalla cappella cimiteriale alla cappella di Casa Madre. Era il 27 ottobre 1974, vigilia del 28 ottobre, ventesimo anniversario della fondazione della Congregazione delle 'Oblate' 'Sorelle Francescane della Carità'. Lo stesso Eccellentissimo Vescovo Palmerini volle dettare l'epigrafe-elogio sepolcrale:
MONS. VITTORIO CORDISCO
N. 6.11.1908 M. 12.2.1974
PER 29 ANNI PARROCO DI MONTEFALCONE NEL SANNIO PADRE TENERO PASTORE
SOLLECITO EDUCATORE SAPIENTE AMO' GLI UMILI E I POVERI CON LA PASSIONE DEI
SANTI LE SORELLE FRANCESCANE DELLA CARITÀ CHE LO EBBERO FONDATORE E GUIDA
IL 27.10.1974 DEVOTE E GRATE FECERO QUI TRASFERIRE LE SUE SPOGLIE MORTALI
PERCHÉ FOSSE ANCORA PER TUTTI RICHIAMO ALLA VIRTÙ AL DOVERE SEGNO DI
BENEDIZIONE DI CONFORTO E DI SPERANZA
Il 12 del mese di febbraio divenne, naturalmente, un giorno di memorie, di rimpianti, di preghiera, ricordando il Padre e invocandone la protezione ad esse promessa: 'quando sarebbe stato nel cielo'. Ed esse effettivamente sperimentavano in ogni genere e varia natura la sua presenza protettrice. Vollero, pertanto, celebrare con particolare solennità il primo anniversario della morte, si volle dedicare qualcosa per eternare la memoria del buon 'Arciprete'. Alcuni, che l'avevano conosciuto, offrirono la loro collaborazione per dedicargli un 'mnemosynon', così sotto la direzione sapiente di un figlio due volte spirituale, mons. Vincenzo Ferrara, sottosegretario alla Sacra Congregazione del Culto Divino, vide la luce un grosso volume di 146 pagine, in formato folio, a doppia colonna, che tratteggia la figura e l'opera di don Cordisco in tutti i momenti della vita e nelle varie realizzazioni del suo operato.
Con la morte del Fondatore tutto parve rovinare e negli animi e nelle sue istituzioni, soprattutto tra le sue figlie spirituali, alle quali egli, nel suo testamento spirituale, aveva riservato una particolare benedizione ed una solenne promessa: 'Dal cielo, quando ne sarò fatto degno, continuerò a custodirle a guidarle e a proteggerle'. Le sue figlie sapevano ciò, ma in quel momento, sentivano soltanto di aver perduto il padre, la guida, l'amministratore: non avevano a più alcuno sopra la terra cui rivolgersi. Egli don Vittorio, aveva promesso: non le avrebbe abbandonate. Avevano voluto riaverlo entro le mura domestiche, in quella cappella, dove don Vittorio aveva dato sfogo al suo ardore di sacerdote, aveva invocato lume per guidare, aveva implorato l'aiuto divino per assolvere a quei compiti, ai quali via via, la Provvidenza aveva chiamato. Sulla tomba, il Vescovo Palmerini, tanto sollecito padre nell'ora buia della prova, volle scrivere che per la presenza in quel sepolcro, don Vittorio fosse 'richiamo alla virtù, al dovere…'.
La piccola famiglia, facendo proprio il voto riprese animo affidando le sue pene alla preghiera nutrita di mortificazione, di sacrificio, di offerta generosa di sé a Dio e ai fratelli. E la vita, lentamente, riprese e il futuro dimostrò e conferma che 'dal cielo…' don Vittorio continua provvidenzialmente a guidarle custodirle proteggerle. Riflettendo con sguardo retrospettivo alla vita ed alle vicende della Congregazione, chi oserebbe non meravigliarsi per il cammino da essa compiuto, senza alcun appoggio umano o, quanto meno, con ben modesti aiuti a fronte della rilevanza dei successi conseguiti dopo la scomparsa del Fondatore? Per confermarsene, si riferiscono, quasi a mo' di regesto, le belle e rilevantissime realizzazioni raggiunte in questi venticinque anni dalla morte del Fondatore e in ogni campo: in quello spirituale-formativo, anzitutto in quello didattico-professionale, nell'ammodernamento di locali e rifornimento di mezzi professionali, nello stesso consolidamento della Congregazione, nelle sue strutture giuridiche e nei suoi locali. Ma soprattutto in campo vocazionale, non è forse da richiamarsi alla celeste protezione se la famiglia è venuta crescendo anche in numero di elementi, giovani, generosi, qualificati? Superate quindi le prime difficoltà, riordinato e riallacciato il discorso alla volontà, agli insegnamenti, all'azione del Fondatore, le religiose ripresero il loro posto di lavoro, sia nelle case di assistenza sia negli asili, sia nell'umile ma proficua collaborazione all'attività catechistica parrocchiale.
La piccola famiglia religiosa, orfana di tanto padre, smarrita e incerta quale via intraprendere, a chi affidarsi, umanamente 'distrutta', ebbe il cristiano eroico coraggio di affidarsi all'unica forza possibile: la Provvidenza. Furono giorni di tristezza di lacrime di pianto; furono giorni amarissimi. 'Cosa fare? Cosa faremo?' Passati i primi mesi di autentica prostrazione morale, fu giocoforza riprendere, lentamente, la vita quotidiana. Troppi erano i problemi da affrontare, nella speranza di riuscire a risolverli. Il consiglio della Congregazione era stato canonicamente costituito, ma neppure la superiora generale conosceva tutti i problemi coinvolgenti l'istituzione. Le religiose, pienamente affidatesi alla cura ed alla direzione del Fondatore, ignoravano più di un problema, organizzativo, amministrativo, legale. Con grande circospezione si cominciò ad entrare nei dettagli dell'organizzazione, e gradualmente, con l'aiuto di Dio, con la vigile e paterna assistenza del vescovo, col consiglio di buoni religiosi, si riprese, sia pure fra tante incertezze, la vita, che tuttavia non si era del tutto arrestata, né nella Casa della Carità né negli asili né nell'assistenza. Intanto, un provvidenziale documento, intervenne a precisare e definire l'indirizzo e il carisma che avrebbe dovuto seguire la congregazione, fin allora ancora non ben delineato. Essa era assistita spiritualmente da religiosi francescani, e più direttamente, da quelli della provincia di Foggia. Frattanto le relazioni intervenute tra la casa di Montefalcone e il Padre Salvatore Zavarella della Provincia francescana umbra cui era stata temporaneamente offerta la collaborazione di alcune religiose per la segreteria del Centro Missionario Nazionale Francescano, per l'opera in Campo di Giove, permise alle suore, tramite il suo paterno interessamento, di chiedere presso la Curia generalizia dell'Ordine ed ottenere, il Decreto di 'aggregazione all'Ordine', che infatti si ebbe dopo le solite informazioni e formalità. Da quel momento, la Congregazione delle Sorelle Francescane della Carità, intese sposare ancor più chiaramente, una linea di spiritualità autenticamente francescana. Parve ciò essere compimento preinteso nell'atto costitutivo della famiglia, espresso nella benedizione serafica di Padre Pio e nella prima forma di vita, che il Fondatore aveva dato alle sue figlie datandolo nella Festa del Serafico Padre S. Francesco. A questa prima regola segue la Regola del Terz'Ordine Regola Francescano, il cui spirito doveva, ovviamente, riflettersi nella formulazione delle Costituzioni aggiornate. Da quel momento, la Congregazione si andò sempre più avvicinando ed appoggiando spiritualmente ed anche organizzativamente, al francescanesimo, anche nelle varie strutture ed istituzioni centrali e locali, traendo immensi benefici spirituali e di sviluppo come è ben documentato al presente: ad es. la partecipazione ai corsi di missioni popolari, organizzate dai frati minori di Foggia, a movimenti giovanili come la GiFra, al Movimento Francescano MOREFRA e MOFRA, come pure si entrò in movimenti anche ecclesiali, ad es. USMI ecc. e CNEC. Problema primario era anche ottenere il riconoscimento sia per poter legalmente operare, sia per entrare in possesso dei beni lasciati dal Fondatore. L'avvio della difficile pratica non ebbe quel sollecito successo che si sperava. Intanto la vita spirituale e la formazione delle giovani era curata da padri, messi a disposizione dalla Provincia Francescana di Foggia, continuando l'azione, altamente meritoria, avviata anni avanti dal Padre Luigi. Le religiose continuavano a lavorare nelle 'case di riposo' di Montefalcone, Trivento e Agnone e nelle Scuole Materne di Montefalcone, Celenza, Palmoli e Trivento. Nel 1979, allo scadere del primo sessennio del Consiglio, presieduto dalla Madre Margherita Percesepe, fu tenuto Capitolo che confermò l'organico precedente. Frattanto erano stati iniziati lavori di miglioria nei locali di Casa Madre, soprattutto nella sezione riservata alle anziane ricoverate. L'opera si andava eseguendo grazie ai risparmi dovuti all'ammirevole spirito di sacrificio delle religiose. Non mancarono contributi, sia pure in modestissima proporzione dei Enti governativi e locali. Principale sollecitudine del governo della Congregazione fu quella di dare e porre i presupposti di una conveniente formazione, oltre che spirituale, anche culturale di tutti i membri, in particolare delle più giovani, inviandole a Scuola magistrale od infermieristica e a corsi di Teologia, donde si ebbe un discreto livello culturale-professionale. Nel 1985, allo scadere del secondo sessennio del governo di Madre Margherita, il Capitolo si sentì in dovere di venire al rinnovo del governo stesso, sia perché nelle CC.GG. si prevede un periodo normale di non oltre due sessenni immediati, sia soprattutto per sopravvenute difficoltà di natura fisica, che rendevano alla superiora Madre Margherita, difficoltoso l'esercizio e la direzione della Famiglia che, intanto, diveniva anche più esigente. Dal capitolo uscì eletta superiora generale suor Vittoria Cordisco, affiancata dalle consorelle Suor Elena, suor Angelica e suor Cherubina. La nuova superiora, giovane e fornita di discreta esperienza e conoscenze acquisite negli anni trascorsi ad Assisi presso il Centro Missionario Nazionale Francescano, affrontò con impegno e risolutezza il problema d'una migliore formazione spirituale e professionale delle religiose, sostenuta dal nuovo assistente religioso Padre Teofilo Iasenza o.f.m.. Continuò l'azione risanatrice e di miglioria nella casa madre con il recupero dell'immenso sottotetto mentre riprendeva e spingeva avanti la pratica del riconoscimento legale della Congregazione. Superate difficoltà burocratiche si giunse al desiderato successo. Era una tappa fondamentale, per poter avanzare sia in campo organizzativo che operativo. Grazie a grandi sacrifici, liberamente affrontati da tutte le religiose, fu possibile acquistare una modesta abitazione in S. Maria degli Angeli, riservata alle religiose nei loro viaggi nella città francescana, sia per devozione che per partecipare a convegni, incontri, congressi, riunioni organizzati esplicitamente per religiose francescane delle varie categorie: Superiore, Formatrici, Postulanti, Novizie, Juniori ecc
Contemporaneamente, grazie ad un'oculata attività promozionale vocazionale, si aggiunsero, via via, altre giovani aspiranti, che debitamente formate, hanno indossato l'abito monastico della Congregazione. Da rilevare che nel 1979 si unì alle sorelle francescane della carità, la piccola Comunità francescana, che operava nell'Istituto antoniano di Bari, sotto la direzione dei frati minori di Foggia. Fu nuovo elemento che strinse ancor più saldamente vincoli di fraternità e di operatività tra la Provincia Francescana di Puglia e la Congregazione montefalconese che si trovò presto a dovere prestare la sua opera educativo-assistenziale anche nell'anzidetto Istituto di Bari, che accoglie fanciulli e adolescenti disadattati e di famiglie divorziate o che vivono in maniera disordinata. Frattanto, ben programmata era l'azione del nuovo governo della Congregazione per una migliore formazione spirituale e professionale delle religiose. Corsi di formazione a Casa Madre, tenuti da qualificati professori, partecipazione a corsi specifici sia ad Assisi che altrove; partecipazione a corsi per infermiere, per econome, per maestre, per formatrici, per superiore, davano la possibilità di preziosi aggiornamenti a tutte le suore, senza dire della partecipazione ai ritiri spirituali diocesani, a corsi di teologia ecc Particolare interesse e movimento ha portato la costituzione della GiFra nell'ambito della Diocesi Triventina, alla cui attività prestano la loro opera religiose della Congregazione. In campo legislativo, essa si dette un organico corpo di Costituzioni generali, aggiornando e perfezionando il primo testo, proposto dal Fondatore. Le nuove Costituzioni, frutto di lungo studio e di preziosa consulenza da parte di esperti professori francescani, meritò il 'nulla osta' della S. Congregazione e l'approvazione dell'Ordinario S.E. Antonio Santucci, in data 4 ottobre 1990. Alle CC.GG. seguì il manuale di preghiere, infine il Direttorio. Alcuni anni sembrano così carichi di eventi, per la piccola famiglia così rilevanti, da non potervi non vedere la mano di quella provvidenza che presiede al prodursi di essi. Così può dirsi del 1991, nel corso del quale si ebbero tre eventi di portata davvero storica, sia in senso giuridico-organizzativo, sia in quello spirituale. Si giunse infatti all'acquisto della casa di Assisi, presso S. Maria degli Angeli, un sogno durato oltre quindici anni! E' un 'villino' in Via IV Novembre, trasformato in un modesto ma grazioso 'nido' monastico, che si è rivelato prezioso per il riposo spirituale delle sorelle che desiderano ravvivare la loro vocazione alla fonte del francescanesimo, non meno che tappa logistica per le varie attività dello Istituto. Di primaria importanza il decreto ufficiale di riconoscimento civile della Congregazione 'Sorelle Francescane della Carità', problema trattato fra speranze e delusioni dal 1975. Con tale atto civile la Congregazione poté finalmente acquistare la sua fisionomia che le consente di operare legalmente, e di entrare in possesso dei beni ad essa restati dal Fondatore. Infine, quel 1991 poteva chiudersi nel corso del terzo capitolo generale con l'udienza papale concessa alle sorelle, ammesse alla celebrazione dell'Eucarestia del Sommo Pontefice in Castelgandolfo. Non è una mera nota di cronaca che già di per sé assume carattere di straordinarietà: l'incontro doveva lasciare una profonda e salutare impressione spirituale alle partecipanti che, se in Assisi avevano rinnovato la loro professione di francescanità, ai piedi del Papa, vicario di Cristo rinnovarono la loro professione di cattolicità, ricordando Francesco 'uomo cattolico e tutto apostolico'. Le religiose rievocano frequentemente l'amabilità del Vicario di Cristo nel riprendere la loro eccitazione che le portava ad essere meno ordinate e riverenti:' Figliole, calma calma: ora facciamo una foto composta, poi una foto scomposta!.' (era il 9 agosto di quell'anno benedetto 1991).
Nel correre degli anni, il 1993 fu un anno meritevole di particolare menzione per più di un motivo. Già nel gennaio si riapriva il postulato con l'ammissione della giovane Daniela Frascella di Maruggio (TA). Il 21 febbraio era canonicamente costituito il gruppo GiFra, previa licenza del parroco locale, del Ministro Provinciale di Foggia, del Vescovo Diocesano Mons. Santucci, sempre pronto ed aperto a benedire qualsiasi iniziativa volta al bene del prossimo, in particolare dei giovani. Il 18 giugno si vide realizzato l'antico sogno di avere in Assisi, all'ombra di S. Maria degli Angeli, il piccolo 'nido'. Il 22 Agosto due giovani suore, Antonietta e Giuseppina, si consacravano 'in perpetuum' al Signore, nello spirito e sotto la protezione del Fondatore. Infine, nel dicembre dello stesso anno, le sorelle che erano state a servizio dell'Arcivescovo Valentini, lasciavano Chieti per tornare a Casa Madre, che le accolse con grande letizia. L'anno 1993 resterà particolarmente ricordevole, nella vita del primo cinquantennio della Congregazione, per il primo lutto che la colpì, il primo fiore che offriva al Signore, con animo rassegnato ma anche con animo infinitamente grato per aver prescelto una Sorella che, della sua donazione al Signore aveva fatto ragion di vita e l'aveva adornata con l'esempio di una esistenza intemerata e santa. Suor Maria Cieri, una delle prime quattro 'Oblate', era chiamata alla mensa dello Sposo: il 28 aprile 1993 alle ore 14.25, lasciava questa valle di lacrime per andare a 'vedere la Vergine' di cui portava con tanta spirituale dignità il nome e che tante volte aveva invocato e proprio sul letto di morte ancora filialmente invocava: 'Mamma, perché mi trattieni? '. Religiosa profondamente convinta della sua vocazione, aveva servito la Congregazione ed il prossimo nell'asilo, nella direzione della Casa, nell'offerta del suo consiglio condito di modestia, di discrezione, di saggezza. In un suo appunto, forse frammento di diario, aveva confidato il suo intimo al Signore, scrivendo: ' sono sola, con Dio solo. O Gesù, tu lo sai che sono taciturna; aiutami ad aprirti il mio cuore. Chiedimi tu cosa vuoi da me e che debbo fare tutto ciò che richiede la vita religiosa. Fa' che io sia anzitutto umile povera di tutto; fa' che sia casta e obbediente ai miei Superiori. (29 luglio 1989) Nel 1997 si celebrò il 5° Capitolo Generale il 29 giugno sotto la direzione dell'Assistente Ecclesiastico p. Teofilo. Risultarono elette: suor Vittoria Cordisco, superiora generale, per il terzo sessennio; vicaria, suor Cherubina Di Mario; segretaria, suor Angelica Gallo; economa, suor Elena Antenucci; consigliera, suor Giuseppina Mancino e consigliera onoraria suor Margherita Percesepe. Nel corso del Capitolo, svoltosi dal 21 al 30 giugno, le vocali affrontarono alcuni problemi intorno a temi di primaria importanza per la vita religiosa e, specificamente, lo spirito di preghiera, la vita fraterna, servizio e lavoro, apostolato, tenendo presenti i documenti pontifici 'Tertio Millennio Adveniente', 'Vita Consecrata' e gli Scritti del Fondatore. L'anno 1997 ha visto la partecipazione di alcune religiose alla missione al popolo nei paesi della Diocesi Triventina: Duronia, Bagnoli, Pietracupa, Fossalto, Roccaspromonte, Molise, S. Pietro in Valle e Frosolone, collaborando con i Padri Francescani che dirigevano tale missione. Giorno di intensa emozione per le partecipanti fu il 21 dicembre allorché la comunità delle Sorelle Francescane, con i membri del coro parrocchiale di Montefalcone, fece viaggio a Colfiorito, a portare la testimonianza della cristiana solidarietà ai colpiti dal terrificante sisma. Non si mancò in un secondo momento, di far visita al Vescovo di Assisi, che apprezzò molto e il pensiero e l'offerta in denaro per sovvenire alle immediate necessità della Diocesi. I giorni più ricordevoli furono quelli nei quali due giovani novizie emettevano la loro professione temporanea e quattro giovani vestivano l'abito religioso. Il 21 settembre 1996 la vestizione e il 19 ottobre 1997 la professione temporanea. Queste nuove consacrate al Signore nello spirito e secondo l'insegnamento del pio Fondatore rappresentarono davvero un meraviglioso dono della Provvidenza in vista dell'anno giubilare.
Il cinquantenario trova la Congregazione davanti ad un'impresa di primaria importanza per la sua organizzazione interna e di rilevante impegno finanziario. La necessità di avere un sia pure modesto locale per la preghiera e la conveniente ed efficiente formazione delle postulanti e delle novizie, imponeva urgentemente una qualche adatta soluzione. Dopo ricerche attentamente e studiosamente eseguite, non vedendosi una adeguata soluzione a breve termine, si è pensato di riscattare l'ex conventino dei Frati Minori Cappuccini (sec. XVII) ormai abbandonato in grave degrado e fatiscente. Dopo lunga riflessione si è venuti nella conclusione di riscattare tal edificio e, superate difficoltà d'ogni genere, si arriva dopo quattro anni a stipulare con il Comune una convenzione con la quale la Congregazione entra in uso cinquantennale dello stabile, caricandosi, ovviamente, della rilevantissima spesa del restauro, del recupero, della ristrutturazione, il tutto per una somma rilevantissima che la Congregazione affronta confidando come sempre nella Provvidenza che non può non favorire un'opera santa e di tanta rilevanza, sia in campo religioso sia civile, recuperando alla stessa comunità civile uno dei pochissimi monumenti storici in Montefalcone e documento della vita della storia, non soltanto religiosa del paese.
Vittorio Cordisco fu sacerdote, educatore, parroco e fondatore. Come sacerdote fu coerente con gl'impegni assunti nel ricevere la santa ordinazione sacerdotale: uomo di preghiera, uomo di fede, uomo di piena disponibilità verso gli altri, soprattutto nel campo dello spirituale. Fu sacerdote e parroco e dette al ministero pastorale il calore d'un cuore tutto consacrato al bene delle anime, che procurò, favorì, sostenne con tutte le energie del suo carattere forte e coerente, con la piena donazione di sé ai suoi parrocchiani. Fu educatore e, pensoso della condizione trovata nel suo paese natale, vi avviò la scuola materna e, successivamente quella media. Pensoso della condizione di fanciulle sole, i cui genitori erano costretti ad emigrare per guadagnare un sudato pane, istituì la casa assistenza e il laboratorio femminile. Meditando sulla solitudine, che attanaglia l'anziano, spesso emarginato, se non ripudiato dalla famiglia, fondò la casa della carità, che non volle mai chiamare 'ospizio', perché intendeva che anche nella vecchiaia 'non amata', l'anziano sentisse almeno un poco il calore della famiglia. Il 21 novembre 1948, all'inaugurazione della 'Casa di Carità', traendo ispirazione da una frase biblica, formulava per essa una previsione e un augurio: 'Sicut palma florebit'. Fiorirà questa casa come la palma nel deserto. I piedi nell'acqua; ai fianchi il deserto; la chioma ai venti, alla luce, al sole. Così nasce, così vive la palma. Così nacque; così vive la nostra casa. Ai suoi piedi: l'onda occulta e benefica della carità Tutto è grande quando l'amore è grande Ai fianchi il deserto: un'accolta di poveri affranti nel corpo e afflitti nello spirito, cui quando entrano, non domando se abbiano un nome, ma solo se abbiano un dolore.'-
Fu, come si vede, uomo dai molteplici interessi, tutti e sempre volti alla gloria di Dio ed a servizio e beneficio del prossimo più bisognoso. Iddio benedisse le sue fatiche, irrorandole, talora, con l'assenzio della incomprensione, della contraddizione, del rifiuto. Non lo fiaccarono le incomprensione o le ripulse; non lo invelenirono le cattiverie, che anzi, uomo che aveva il sapore del Vangelo, aveva il leale coraggio, faceva pronta risoluzione se, per caso, avendo profferito una qualche aspra parola o dato risposta alterata, andasse dall'interlocutore a chiedere scusa, prima che il giorno declinasse, memore di non far tramontare il sole sulla propria o altrui ira. Don Vittorio fu uomo con le sue fragilità che non trovava difficile riconoscere schiettamente e chiederne umile indulgenza al prossimo e confidente perdono a Dio. La sua memoria rimane in benedizione. Fu un 'giusto' secondo il Vangelo ed è per questo che 'memoria Eius in benedictione erit'.